Il fallimento dell’élite francese

Tempi duri per la Francia, se anche la celebrata Ena, l’Ecole nationale d’administration – dalla quale, da settant’anni, esce l’intera classe dirigente del paese – finisce sbertucciata sull’ultimo magazine del Financial Times. “Elite francese, che cosa è andato storto”: già dal titolo, l’articolo di Simon Kuper, britannico ma parigino d’adozione, descrive una disfatta. Kuper sostiene che al fallimento della classe dirigente francese – tra disoccupazione, scandali come quello che ha coinvolto il ministro delle Finanze, Jérôme Cahuzac, e impopolarità senza precedenti – non è affatto estraneo il rigido sistema di selezione che vede al centro l’Ena e l’Ecole polytechnique. Leggi anche La Francia entra in recessione. Non, ce pays n’est pas pour les réformes
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5 AUG 20
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Tempi duri per la Francia, se anche la celebrata Ena, l’Ecole nationale d’administration – dalla quale, da settant’anni, esce l’intera classe dirigente del paese – finisce sbertucciata sull’ultimo magazine del Financial Times. “Elite francese, che cosa è andato storto”: già dal titolo, l’articolo di Simon Kuper, britannico ma parigino d’adozione, descrive una disfatta.
Kuper sostiene che al fallimento della classe dirigente francese – tra disoccupazione, scandali come quello che ha coinvolto il ministro delle Finanze, Jérôme Cahuzac, e impopolarità senza precedenti – non è affatto estraneo il rigido sistema di selezione che vede al centro l’Ena e l’Ecole polytechnique. Il baco dell’élite, insomma, andrebbe cercato lì. Il Ft cita un recente libro di Peter Gumbel, un altro giornalista inglese di base in Francia, il quale scrive che “in nessun altro posto al mondo le carriere professionali – e il destino di un’intera nazione – dipendono altrettanto dalle scuole che si sono frequentate”. Essere “enarque” o “ex allievo dell’X” (dell’Ecole polytechnique) è stata ed è condizione preliminare per poter accedere a ruoli di peso nell’amministrazione e nelle imprese. Questo sistema di selezione della classe dirigente, spiega Kuper, fino almeno a metà degli anni Novanta ha funzionato a dovere, al punto da essere additato come modello virtuoso in Europa: “Gli intellettuali al potere, era una soluzione che in apparenza funzionava”. Ma già in tempi non sospetti – anni Sessanta – il sociologo Pierre Bourdieu scriveva che quella classe dirigente che si pretendeva aperta ai migliori, qualsiasi fosse la loro origine, si stava trasformando in una “casta incestuosa”.
Kuper fa sua la definizione. Quella francese “è la più ristretta élite al mondo a governare un grande paese. Vive in pochi quartieri chic di Parigi. I bambini frequentano tutti le stesse scuole, dai tre anni in su. Quando si affacciano all’età adulta, i futuri responsabili della Francia si conoscono già tutti. Vecchi compagni di classe diventano compagni di casta”. Al contrario di quanto accade in America, “in Francia le élite politiche, imprenditoriali e culturali sono fusionali. Si ritrovano a colazione, alle inaugurazioni, a cena”. Legami di amicizia, amorosi, matrimoniali, per non parlare delle “reciproche coperture delle trasgressioni, che si confondono con gli elogi ditirambici per l’ultimo libro dell’amico (confrontate l’euforia che suscita in Francia la pubblicazione di un libro di Bernard-Henri Lévy con l’accoglienza che gli viene riservata all’estero!)”. Di quei legami “incestuosi” abbiamo avuto di recente qualche esempio. Il più noto riguarda il fatto che molti esponenti dell’élite “erano al corrente delle curiose pratiche di Dominique Strauss-Kahn in camera da letto, ma erano pronti a farlo correre alla presidenza piuttosto che informarne la servitù al di là del raccordo parigino”.
Ogni anno, dall’Ena escono ottanta diplomati, e quattrocento dall’Ecole polytechnique. Dall’esiguità di questi numeri, scrive Kuper, nasce un altro problema, che definisce il “pensiero di gruppo”: “In Francia, un alto responsabile uscito da una grande scuola non è mai informato dalla base. E’ solo”, dice al giornalista la sociologa Monique Pinçon-Charlot. Tutto questo, conclude Kuper, comporta conseguenze che solo ora, con la globalizzazione, appaiono nella loro gravità: “Le élite francesi non sono state formate per riuscire nel mondo, ma al centro di Parigi”. Lo stesso François Hollande, “che ha frequentato tre grandi scuole (Sciences-Po, Ecole des hautes études commerciales ed Ena, ndr), scopre il pianeta solo oggi, in quanto presidente. Ha visitato per la prima volta la Cina in occasione della sua visita ufficiale, in aprile. In questi tempi, molti francesi fanno carriera a Londra, a New York o nella Silicon Valley. Ma, di regola, non hanno contatti con l’élite del loro paese”.
Dunque “qualcosa è andato mostruosamente storto”, infierisce Kuper, che giudica inadatti alle sfide contemporanee i brillanti funzionari forgiati dalle esclusive fabbriche dell’élite d’oltralpe. Tra queste, anche l’illustre Sciences Po (tra i diplomati, ben quattro presidenti della Quinta Repubblica: Mitterrand, Chirac, Pompidou e Hollande, mentre Sarkozy è stato solo allievo, senza diplomarsi) ha passato i suoi recenti guai, tra spese fuori controllo e umilianti commissariamenti. Ma l’élite francese, conclude Kuper, “non sparirà da sola. Del resto, si profila una minaccia peggiore: l’elezione, nel 2017, del primo presidente autenticamente anti élite: Marine Le Pen”.